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Psichiatria5 min di lettura

Ripensare la cura, non solo il manicomio

Una riflessione sulla salute mentale in Italia, oltre la narrazione comune della legge Basaglia

Corridoio luminoso di ospedale con luce calda dalle finestre

Quando si parla di salute mentale in Italia, la legge Basaglia del 1978 viene quasi sempre citata come un punto di arrivo: la chiusura dei manicomi, la fine di un'epoca di internamento e di marginalizzazione. È una conquista di civiltà che nessuno, ragionevolmente, vorrebbe rimettere in discussione. Eppure, dopo decenni di pratica clinica — in ospedale e poi nel privato — ho imparato a guardare a quella riforma con uno sguardo più articolato di quanto il racconto comune lasci intendere.

I manicomi, nella loro forma storica, erano istituzioni nate alla fine del Settecento e arrivate al Novecento cariche di limiti evidenti: isolamento, scarsa dignità, assenza quasi totale di percorsi di cura individualizzati. Su questo non c'è dubbio: andavano riformati, e profondamente. Il punto su cui mi permetto di dissentire dalla narrazione più diffusa è un altro: la convinzione che l'unica risposta possibile fosse l'abolizione totale, senza nulla a sostituirla per i casi più gravi. L'Italia, va ricordato, è l'unico paese europeo ad aver scelto questa strada radicale.

Nella mia esperienza, soprattutto negli anni trascorsi come dirigente medico in struttura, ho incontrato due categorie di situazioni molto diverse tra loro, che la stessa parola — «disturbo psichiatrico» — finisce per appiattire. Da un lato ci sono i casi recuperabili: persone per cui un percorso territoriale, una rete di supporto familiare e sociale, una psicoterapia ben costruita, possono davvero restituire una vita autonoma e dignitosa. Qui la deistituzionalizzazione ha funzionato, e ha funzionato bene. Dall'altro lato, però, esistono situazioni gravissime e spesso irreversibili, in cui l'assenza di strutture intermedie adeguate non libera il paziente: lascia sole le famiglie a gestire un carico che, in molti casi, supera ogni possibilità reale di tenuta.

È qui che si gioca, a mio avviso, la differenza tra un'ideologia e una cura. Non si tratta di rimpiangere il manicomio come luogo, ma di riconoscere che servono — ancora oggi — centri di cura specializzati, pensati non come contenitori ma come spazi terapeutici qualificati, per quella minoranza di pazienti per cui il territorio, da solo, non basta. Un «modo nuovo di pensare ai vecchi manicomi», se vogliamo usare un'espressione che ho già avuto occasione di proporre: strutture moderne, dignitose, orientate alla cura e non alla custodia, ma comunque capaci di offrire una continuità assistenziale che oggi, troppo spesso, manca.

Le famiglie che vivono accanto a un congiunto con una patologia psichiatrica grave conoscono bene questo vuoto. Non chiedono l'internamento: chiedono che qualcuno, in modo competente e continuativo, si prenda cura di una sofferenza che da sola non possono affrontare. Ascoltare questa richiesta, senza derubricarla a nostalgia di un passato che nessuno vuole far tornare, è — credo — il primo passo per costruire un sistema di salute mentale che funzioni davvero per tutti, non solo per chi ha la fortuna di rientrare nei casi più lievi.

Dott. Gianluca Camozzi — Psichiatra, Psicoterapeuta, Criminologo

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