Cosa fa davvero un perito in un'aula di tribunale
Il ruolo del Consulente Tecnico tra scienza, diritto e responsabilità

Quando le persone scoprono che, oltre all'attività clinica, mi occupo anche di consulenza tecnica in ambito giudiziario, la prima reazione è quasi sempre la stessa: una curiosità mista a un'immagine cinematografica, fatta di aule drammatiche e colpi di scena. La realtà del lavoro di Consulente Tecnico — sia d'Ufficio (CTU), nominato dal Giudice, sia di Parte (CTP), nominato da una delle parti in causa — è molto più metodica, e proprio per questo molto più delicata di come viene spesso raccontata.
Il compito principale di chi svolge questo ruolo non è «decidere chi ha torto o ragione»: quella è una funzione che appartiene esclusivamente al Giudice. Il perito porta nel processo una competenza tecnico-scientifica che il diritto, da solo, non possiede. In ambito psichiatrico-forense, questo significa valutare elementi come la capacità di intendere e di volere, la pericolosità sociale, l'idoneità alla testimonianza — soprattutto quando coinvolge minori — o ricostruire, attraverso strumenti clinici e criminologici, il profilo psicologico di chi è coinvolto in un procedimento.
La criminologia clinica, in particolare, lavora a un livello diverso rispetto alla pura psichiatria clinica: non si limita a comprendere il disagio della persona, ma cerca di ricostruire la relazione tra quella persona, il suo ambiente, la sua storia, e il comportamento oggetto del procedimento. È un lavoro che richiede rigore scientifico assoluto, perché ogni valutazione finisce per avere un peso concreto sulla vita di chi viene esaminato — sia che si tratti di un imputato, sia che si tratti di una vittima.
Una delle responsabilità meno visibili, ma più importanti, di questo ruolo è quella comunicativa. Una perizia tecnicamente impeccabile, ma scritta in un linguaggio incomprensibile per chi non ha formazione medica, non serve a nessuno: né al Giudice, né agli avvocati, né, in ultima analisi, alla giustizia stessa. Tradurre la complessità clinica in un linguaggio chiaro, mantenendo il rigore scientifico, è forse la parte più sottovalutata — e più difficile — di questo lavoro.
In oltre vent'anni di esperienza come Consulente Tecnico, ho imparato che l'imparzialità non è solo un principio deontologico astratto: è una disciplina quotidiana. Significa resistere alla tentazione di costruire una narrazione convincente a favore di chi ti ha nominato, e attenersi invece, con onestà, a quello che gli strumenti clinici e l'osservazione effettivamente mostrano. È un equilibrio che richiede esperienza, ma soprattutto richiede la consapevolezza che, dietro ogni fascicolo, ci sono persone reali e conseguenze reali.
Continua a leggere
Altri articoli
PsichiatriaRipensare la cura, non solo il manicomio
Una riflessione sulla salute mentale in Italia, oltre la narrazione comune della legge Basaglia
PsicoterapiaPerché chiedere aiuto non è un fallimento
Sull'attesa, sulla paura del giudizio, e sul motivo per cui il primo passo è quasi sempre il più difficile
Medicina dello SportLa testa è la metà della performance
Perché l'idoneità sportiva non riguarda solo il cuore e i muscoli