Perché chiedere aiuto non è un fallimento
Sull'attesa, sulla paura del giudizio, e sul motivo per cui il primo passo è quasi sempre il più difficile

C'è un momento, nella prima seduta con quasi ogni nuovo paziente, che si ripete con una regolarità sorprendente. Non è l'inizio del racconto, non è la descrizione dei sintomi: è una frase, detta quasi sottovoce, che suona più o meno così: «Avrei dovuto venire prima, ma continuavo a pensare che ce l'avrei fatta da solo».
Questa frase mi ha sempre colpito, perché racconta qualcosa che va oltre il singolo disturbo — ansia, attacchi di panico, una difficoltà relazionale, un periodo di buio che non passa. Racconta un'idea, ancora molto radicata nella nostra cultura, secondo cui chiedere aiuto psicologico equivale ad ammettere una sconfitta. Come se la sofferenza emotiva fosse qualcosa che una persona «forte» dovrebbe saper gestire da sé, e il bisogno di supporto fosse invece un segno di debolezza.
È un'idea sbagliata, e lo è per una ragione molto semplice: nessuno applicherebbe lo stesso ragionamento a un dolore fisico persistente. Se un ginocchio fa male da settimane, la maggior parte delle persone non pensa che «farsi vedere da un ortopedico» sia un fallimento personale. Eppure, quando il dolore è psichico — un'ansia che non si placa, un lutto che non si elabora, una relazione che fa male in modo ricorrente — scatta un meccanismo diverso, fatto di vergogna, minimizzazione, rimando.
Nel frattempo, il tempo che passa non è neutro. Le persone che rimandano la decisione di chiedere supporto vivono spesso quello che in studio chiamo, semplificando, un «doppio peso»: il disagio originario, e la fatica supplementare di tenerlo nascosto, gestirlo da sole, fingere che vada tutto bene. Quando finalmente arrivano a una prima consultazione, raccontano sollievo prima ancora di raccontare il problema — il sollievo di poter dire, finalmente, come stanno davvero.
La psicoterapia non è una bacchetta magica, e sarebbe disonesto presentarla come tale. È un percorso che richiede tempo, costanza, e una relazione di fiducia che si costruisce seduta dopo seduta. Ma è anche, semplicemente, uno spazio — forse uno dei pochi, nella vita di molte persone — in cui si può essere completamente onesti senza il timore di essere giudicati. Questo, da solo, vale moltissimo.
Se c'è una cosa che vorrei che chi legge portasse via da queste righe, è questa: il momento giusto per chiedere aiuto non è quando la situazione è già insostenibile. È molto prima. Ed è un atto di responsabilità verso se stessi, non una resa.
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