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Medicina dello Sport4 min di lettura

La testa è la metà della performance

Perché l'idoneità sportiva non riguarda solo il cuore e i muscoli

Pista di atletica vuota all'alba con luce dorata

Chi pensa alla visita di idoneità sportiva immagina, giustamente, un elettrocardiogramma, una spirometria, una serie di controlli pensati per escludere problemi cardiaci o altre condizioni che potrebbero rendere rischiosa la pratica agonistica. È una parte del lavoro del medico dello sport, ed è una parte fondamentale: la sicurezza fisica dell'atleta viene sempre prima di tutto.

C'è però un aspetto della medicina dello sport che riceve molta meno attenzione, nonostante incida in modo concreto sulla performance, sulla durata della carriera agonistica, e sulla qualità della vita dell'atleta anche fuori dal campo: la componente psicologica. Avendo una doppia formazione — in psichiatria e in medicina dello sport — mi capita spesso di osservare situazioni in cui il problema «tecnico» raccontato dall'atleta (un infortunio che non guarisce come dovrebbe, un calo di rendimento inspiegabile, un blocco apparentemente immotivato) ha in realtà una componente emotiva sottostante che nessuno aveva considerato.

L'ansia da prestazione è probabilmente l'esempio più conosciuto, ma non è l'unico. Ci sono atleti che, dopo un infortunio serio, sviluppano una paura specifica legata al movimento che ha causato il danno — una sorta di blocco protettivo che il corpo mantiene anche quando, clinicamente, è già guarito. Ci sono giovani atleti per cui la pressione delle aspettative, familiari o personali, si trasforma in un disagio che incide direttamente sulla qualità del sonno, sull'alimentazione, sulla capacità di concentrazione in gara. E ci sono casi, meno frequenti ma altrettanto reali, in cui un disturbo dell'umore preesistente viene scambiato per semplice «stanchezza» o «demotivazione».

Il punto, in tutti questi casi, non è patologizzare ogni difficoltà sportiva: la maggior parte dei cali di forma ha spiegazioni puramente fisiche o tecniche, e sarebbe sbagliato vedere un problema psicologico ovunque. Il punto è non escludere a priori questa possibilità, soprattutto quando le spiegazioni convenzionali non bastano a chiarire ciò che sta succedendo.

Gestire il profilo psicologico dell'atleta non significa, quindi, sostituire l'allenatore o lo psicologo dello sport, ma offrire — quando serve — uno sguardo clinico capace di leggere insieme il corpo e la mente come un sistema unico. Perché, alla fine, è esattamente quello che sono.

Dott. Gianluca Camozzi — Psichiatra, Psicoterapeuta, Criminologo

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